di Angelo Airò
Farulla ed Elena Fatichenti
spazio, immagine: Elena Fatichenti
suono: Angelo Airò Farulla
luce: Daria Pastina
ploto arcobaleno: Diego Mazzaferro
azione: Angelo Airò Farulla, Lorenzo Mori
foto di scena:
Michele Tomaiuoli, Manuel Pietrangeli
semifinali premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche
“Dante Cappelletti”
Teatro Furio Camillo, Roma
14 novembre 2009 ore 18:20
vincitore sezione performance
-
4° edizione Premio Internazionale Arte
Laguna
Tese di San Cristoforo, Arsenale di Venezia
6 marzo 2010 ore 18:30
Eclettica 2010, Kore - singolarità in transizione
a cura di Raffaella Bordini e Daniela Voso
Casale della Cervelletta, Roma
28 giugno 2010 ore 21:30
Firenze, ex-ospedale psichiatrico di San Salvi.
La libera repubblica delle Arti e delle Culture
2011. Il Salvino.
Abitare i confini - La passione
11
settembre 2011
“Voglio morire come città per rinascere come uomo”
H. Miller
Progetto scenico sull’Origine. Sulla cieca
necessità ch’è dell’Inizio. Dove Storia e Mito
s’accavallano e si confondono. Quell’iniziare
violento che lega nascita e morte in un unico
destino. Ch’è il destino nostro, incestuoso, del “paese
dei pastori di vitelli ”.
Il mito della fondazione di Roma spogliato del
pathos dell’epopea celebrativa ed evemeristica,
risolto ed offerto nel semplice, cruento scontrarsi
di due uomini nell’VIII° secolo a.C.
Una sintesi scenica del mito di Romolo e Remo che
condensa il racconto e la storia dei due gemelli in
un’immagine di sogno simbolica, racchiudendo
in un gesto il passato, il presente ed il futuro di
un’intera civiltà, di un Impero, di una Nazione a
venire.
Inizio e fine di Roma.
Da Romolo (primo re) a Romolo Augustolo (ultimo
imperatore bambino). Presagi d’Italia. Memorie di
Roma nell’Italia ventura. È sempre questione di
solchi, di limiti, di confini, di mura. Il salto di
Remo, come la breccia di Porta Pia: tutto è
contemporaneamente in svolgimento, da svolgersi e
già svolto. Ascesa e decadenza di un Impero comprese
in quell’unico e primevo gesto di una lotta
fratricida.
Due uomini seminudi nella penombra, all’interno d’un
quadrato di terra battuta (a metà strada tra il
terreno aspro ed ostile dell’arena e quello ospite
della fondazione). La prima Roma – la Roma
Quadrata. Legati, come bestiame, da una corda
che li unisce in vita. Due corpi umidi ed intrisi di
terra, abbandonati ad una guerra lenta,
fondamentalmente statica, disintenzionata.
La storia della fondazione è innanzitutto una storia
di violenza. C’è l’ombra del peccato originale
della madre, Rea Silvia, vestale obbligata alla
castità, e violentata dal dio della guerra in un
bosco sacro. Il barbaro concepimento dei due
fratelli aleggia silente sopra l’opera, come
condizione imprescindibile ed insistente che ne
determina la tinta: questo sapore che sa di
selvatico (silvia) e di colpa (rea)
che è delle origini del mondo, dove era il mito
senza mediazione (senza concetto).
È un legame familiarmente funesto che
richiama la terra nel ventre materno, entrambi
incisi dal solco di fondazione (come fecondazione,
ch’è del dio Marte). Quella madre che per scontare
il suo peccato sarà sepolta viva nella terra stessa.
La Madre Terra.
Cruenta è l’origine (la nascita) perchè presuppone
una divisione violenta (il taglio del cordone
ombelicale nel figlio che nasce, il tracciare un
solco nella terra che divida interno da esterno
nella fondazione di una città, l'uccisione di uno
dei fratelli per poter consentire l’esistenza di un
regno).
Uomo e città, all’inizio, non sono che cieca terra.
Tutto quanto ha inizio nella e dalla terra. Fondate
le città sono nei solchi incisi per terra, le
costruzioni in rovina ritornano in terra. Dio stesso
dice, nel Genesi, ad Abramo: Tu sei terra e terra
ritornerai. Uomini e città, organismi che
nascono e muoiono, accomunati dall’essere luoghi e
teatro d’eventi.
“Non si possono più riconoscere
i monumenti dell’epoca trascorsa,
immensi spalti ha consunti il tempo vorace.
Restano solo tracce fra crolli e rovine di muri,
giacciono tetti sepolti in vasti ruderi.
Non indigniamoci che i corpi mortali si disgreghino:
ecco che possono anche le città morire.”
Rutilio Namaziano, “De redito suo”
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