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di Angelo Airò
Farulla ed Elena Fatichenti
Versione dell’opera
omonima del 1967 di Giulio Paolini che consisteva nella riproduzione in
bianco e nero di un dipinto di Lorenzo Lotto. Lo sguardo del giovane,
ritratto con occhi fermi sopra il pittore, in accordo con il titolo
dell’opera, innescava un cortocircuito tra la posizione dell’artista,
del soggetto e dello spettatore.
La
riproduzione dell’opera sotto falso nome ha prodotto un senso
dinamico, un’interrogazione costante che fa dell’opera un’operazione
in atto, trasformando -paradossalmente ed
inequivocabilmente - chi guarda in Lorenzo Lotto.
Il titolo
dato dal maestro Paolini alla riproduzione del ritratto di Lotto viene
ora attribuito ad un altro ritratto di Lorenzo Lotto, avente come
soggetto sempre un giovane, sempre con gli occhi rivolti al
pittore-spettatore. L’opera è dunque la riproduzione di un’operazione,
un gesto che comprende e che simultaneamente rapisce un’idea. Citazione?
Ri-visitazione? Accostamento? Scissione?
L’opera è, in questo
caso, una videoproiezione. Dunque è un’opera in movimento. La
proiezione include nell’immagine la potenza del tempo, e la sua facoltà
di suggestione: è il movimento dell’immagine (di per sé ferma) che
appare sospeso, e non è invece l’immagine ad apparire mossa. Intorno
allo sguardo del ragazzo fisso nel nostro sguardo mobile si produce una
soglia indeterminabile tra l’accaduto e l’accadibile, tra due diverse
consistenze temporali del possibile. S’introduce l’ambiguità d’un gesto
ignoto che si trova sospeso, rinviato. È un insistenza nel presente che
si avvale di un luogo e di una percezione fondamentalmente differita,
distante. È un’inquietudine aggiunta, un surplus di sensazione
dato dalla visione ravvicinata (tele-visione), in grande scala,
dell’opera; dato dalla durata di questa visione (durata come spazio
attraversato) e dalla conseguente distanza che si apre tra noi e
l’opera per via del fatto di essere osservati da un’immagine che
trascorre.
È il
medesimo che, ripetuto, convergendo diverge. Apparentemente non
c’è nulla di differente, rispetto all’originale del Paolini.
Saremo allora ad un passo dal plagio. Ma, nello stesso tempo, non c’è
nemmeno niente di “originale”. Ed allora siamo ad un passo dal ready
made. Così, infatti, come Marcel Duchamp “trova” un orinatoio
e, capovolgendolo, ne fa una Madonna (un’opera d’arte), modificandone
così lo statuto, è successo in questo caso di trovare un’idea già
compiuta in un’opera d’arte, e di rivolgerla di nuovo in un’altra opera
d’arte, mantenendone perciò inalterato lo statuto. Quel che cambia
(senza per altro subire rivoluzioni) risiede nel passaggio, nella
traduzione, nel gesto e nello scarto che si viene a creare nell’atto
stesso della riproduzione, della ripetizione.
Il problema
è insito nella questione della visione e nello sguardo che rivolgiamo
verso le cose. Problema inteso come inquietudine, tremore e soprattutto
disponibilità del reale. Si tratta dell’imprevedibilità
progettuale di un’idea, dell’inarrestabile compimento di un’azione. Chi
è che guarda chi?, che cosa so di poter ri-produrre?, che cosa mi
appartiene?, che cosa ha voce in capitolo? È dell’identico la facoltà
d’identificare, di attribuire un’identità? Fino a quanto, in definitiva,
posso essere complice di un titolo che mi determina e mi identifica in
un pittore manierista?
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