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Versione scenica dal radiodramma “Morte immaginaria di
Vincenzo Bellini”, tratteggiato sulla scia delle vite immaginarie di Marcel
Schwob, la performance è una biografia sub specie aeternitatis, costruita
per allusioni, dove ciò che è presente sulla scena è visibile
solo in quanto si sottrae alla visione stessa. Vi è in questo un richiamo
all’opera di Christo. La falsa copertura che questi costruisce attorno ad
un edificio rappresenta e ri-vela l’architettura elaborando dal suo interno la
forma affinché questa possa apparire in una nuova luce (soltanto un’operazione,
una certa deformazione progettuale, rende visibili le cose per quello che
sono). L’intervento che mira al simbolico è artificiale. In
questo caso, un soggetto (V.B.) attraversa un luogo familiare e lo ri-vive.
E gli oggetti che incontra e che tocca, come ricordi avvolti in un velo,
visibili solo in grazia di questo schermo che si frappone tra loro e chi guarda,
non appena scoperti, non appena così ricordati, vengono cancellati,
spariscono nella stanza. Soggetti ed oggetti coincidono, sfumando l’uno
nell’altro. È il senso di una mancanza che insiste tra le pieghe del racconto;
qualcosa che stenta a riaffiorare, o che, imprevista, viene a noi come
quell’albero, solitario, eppure compresente a sé stesso in due apparizioni
identiche, scorto da M. Proust in un passo de La ricerca. È come se una
vita aspettasse senza riceverlo un senso dalla storia che ne verrà in seguito
raccontata. Messi in relazione sono il senso inafferrabile d’un vissuto,
irriducibile ad ogni scrittura, e le differenti trame che nel ricordo di questo
o quel vivere si possono rivelare. È la coesistenza e l’efficacia di memoria ed
oblio nell’elaborare insieme un racconto, come l’alternarsi di vita e morte nel
ciclo dell’esistenza, che qualificano ogni ri-evocazione storica come un
tradimento dell’Originale (dove il tra-dire è inteso come un dire attraverso).
 
   
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