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È la
sera del giorno nel quale tutti i pianeti si trovano tra
loro allineati; è l’Anno Grande o Annus Mathematicus,
durante il quale i morti sulla Terra si risvegliano e,
qualora interrogati, hanno facoltà di conversare con i
vivi per un quarto d’ora. Federico Ruysch, seicentesco
scienziato imbalsamatore, viene svegliato dal canto
notturno delle sue mummie. Porge loro alcune questioni
sul “che cosa sia il morire”. I defunti
smentiscono una ad una tutte le sue ipotesi
sull’argomento e, nel bel mezzo di questo spettrale
colloquio, improvvisamente, s’ammutoliscono. Il Ruysch
rimane così come beffato, senza risposte, senza
elementi necessari a formulare un giudizio. Da
questa esperienza irripetibile non ha potuto trarre
alcun vantaggio. Non ha potuto trattenere nessuna
informazione.
Nel sol
corso di un quarto d’ora, in un tempo pur breve, ma che
appare lunghissimo nell’oblio sublime di una tale
conversazione, si è svolto una sorta di dialogo
nelle parti senza le parti, dove la Morte ha parlato
sì, ma come uno specchio della persona che quelle
domande porgeva, rispondendo secondo l’intenzione che
l’interlocutore proiettava sopra di Lei.
Non si
può infatti parlare della morte con la Morte.
Ogni discussione a riguardo è una discussione che vaga a
casaccio, quasi senza oggetto, sbandando per lo spazio,
senza approdo. Lo scienziato, o più in generale l’uomo,
che si cimenti in una tale indagine, in quanto essere
vivente, è un navigante in un abisso oscuro; escluso da
quell’esperienza.
Ed il
teatro di quest’incontro ontologicamente mancato tra il
morto ed il vivente (finché rimane una distinzione tra
oggetti e soggetti) somiglia ad un vascello alla deriva.
Un
astrolabio, pallida icona del controllo della Ragione
sull’Universo, è il cuore dell’evento. Come una sfera
divinatoria, assorbe e riflette all’intorno le immagini
che cattura.
La
conoscenza è un atto che ri-vela il reale; è un gesto
bifronte che mentre mostra occulta l’oggetto mostrato. È
insita in questo imprescindibile status experiendi
l’impossibilità di definire la morte, ed il desiderio
inestinguibile di conoscerla che ne deriva. Ogni frase
che ne descriva il senso, nell’incontro tra un morto e
un vivente, è parafrasi, immagine, parodia; il racconto
ha bisogno di distanziarsi dal suo centro – al quale non
è in grado di aderire; la trama si produce nella
simultaneità, nella dispersione apparentemente casuale
degli eventi. E proprio in virtù d’un caso, di una
convergenza apparentemente accidentale di un raggio di
luce che, penetrando da un foro ottico, va a toccare la
parte sensibile di una sfera armillare, è messo in moto
un meccanismo atemporale dove tre diverse tipologie di
tempo (quella eterna, indifferente e ciclica dell’anno
matematico, quella terrena del quarto d’ora concesso al
dialogo e quella dei morti, senza durata, nel quale
questo colloquio si consuma) s’intrecciano, dando luogo
ad un tessuto sonoro e visivo sbandato e tremolante come
una trecentesca danse macabre.
La
morte si dice che sia il grande mito rimosso dell’era
contemporanea. Essa è innanzitutto ciò che insiste nei
segni e fonda il significare. In questo senso, la morte
è ciò che propriamente non ha linguaggio; e la
rappresentazione – la cui essenza è nell’alludere a ciò
che non è presente – è, per via di questo, mistero
del senso e liturgia dei significanti.
Mistero
nell’accezione antica del termine; nella valenza di
sacra rappresentazione, evento rituale che comprende la
collettività offrendole l’immagine, l’evocazione, il
mito del suo “profondo”.
L’uditorio viene accolto dentro ad un’immensa camera
oscura che cattura e proietta dentro di sé l’immagine
dell’insolito colloquio. Come nella celebre novella di
Platone, l’uomo non è che un’ombra incerta; quello che
pensa e percepisce di sé stesso non è che un’immagine
riflessa. La luce del reale (della conoscenza reale) è
così accecante che coincide con il buio assoluto. La
visione del totale è la visione di niente. |