di Angelo Airò Farulla ed Elena Fatichenti

 

 

Un’operazione sulla virtualità del narrare, che riflette sul rapporto visione–racconto-memoria; su come un movimento interno  ad un’immagine -movimento suggerito dalla presenza, nell’opera, di un certo titolo-  sia capace di evocare una storia.

È il titolo, infatti, che, nella sua leggibilità e riconoscibilità, si fa viatico al gioco imprescindibile del riferimento nel contesto di un’opera che è un’operazione sopra un’altra opera, ovvero meccanismo che presuppone il ricordo più o meno preciso dell’opera citata. Come operazione sul racconto, essa presuppone un racconto già svolto. È infatti importante che un senso possa permanere, come un’aura d’attorno. Simile al rapporto (particolare e soggettivo) tra paesaggio e nome, tra scenario “naturale” e toponomastica del luogo. Un detto, l’attribuzione di un nome ambiguo o magnetico; se opportuna, è questa un’indicazione che ha la facoltà di rilanciare imprevedibilmente il senso della visione. Indicando, fa sì che ciò che è stato indicato indichi a sua volta – produce una conseguente ed inarrestabile “mise en abime”, un cannocchiale di allusioni. L’indicare (facoltà propria del nome) opera allora una catastrofe (nel senso attribuitogli da Aristotele nella “Poetica”, quale svolgimento, rivoluzione): ecco che più orizzonti vengono consentiti, rivelati, contenuti come possibili in quell’unica inquadratura, in quell’unica prospettiva. Noi siamo allora  compresi da quel che contempliamo. È il molteplice e il multiforme che trova luogo nell’identico. In questo senso, l’operazione del nominare si scopre come quel che dà significanza. L’assenza del soggetto, la sua onnipresenza celata, è allora il mistero che dà respiro all’opera.

 

Il video è costruito sopra l’elaborazione digitale di due copie di una stessa fotografia, realizzata in stenoscopia, esposte a differenti tempi d’impressione.

 

Un’immagine che non è il racconto, ma la memoria di questo (“L’invenzione di Morel” di Adolfo Bioy Casares) si presenta come testimone neutro dell’ accaduto, come traccia indifferente, memoria non partecipata. Essa è un paradossale ricordo del day-after, un tremolante futuro remoto dove strumento di riproduzione ed immagine coincidono (grazie al soggetto rappresentato) nella registrazione dell’evento da parte di un occhio insensibile, quale può essere quello delle macchine di Morel.

 

Non è infatti questione di aggiungere un seguito alla storia, ma di offrire una sintesi estetica (percepibile) che ne provochi una rilettura à rebours (che ne provochi il ricordo). Non si aggiungono informazioni al romanzo, ma – trasversalmente – se ne amplifica la sens’azione (facoltà d’immaginare, di produrre visione a partire da un gesto).